26.11.11

un anno di te e di me (e l'istinto materno: c'è o ci fa?)

Tu: che hai fatto un anno, che vaghi per la casa come un trottolino. Tutto contento perché già cammini, già parlotti la tua lingua fatta di ta-ta-ta-ta, già sai farti capire.

Tu: che un anno fa nascevi irruente, fregandotene dei miei tempi (e anche dei tempi dell'esperienza ostetrica). Che dopo due giorni di ospedale eri bello florido e pasciuto mentre io vagavo anemica per i corridoi in cerca di un medico che avesse voglia di dimettermi.


Tu, che me le hai rese tutte "difficili": la varicella, l'intolleranza al lattosio, i mille risvegli e la fame insaziabile sempre, manco dovessi dimostrare di essere grande quanto e come la tua paziente sorella (che ha tanta tanta tanta pazienza più di te per cui non frignare come se ti avessi defraudato di chi sa che diritto).

Sai che c'è? Mi hai reso migliore.


E lo so che non me lo senti dire spesso.

Perché sono genovese inside (e quindi pago la tassa sul mugugno), perché sono analitica (un modo soft di darmi della rompi####), perché è più facile sentirsi dire da me perché stamattina avrei fatto ctrl-Z dei figli piuttosto che quanto li adori o altro ( ...magari è anche pudore dei miei sentimenti, eh, prendiamola bene! ... Però non è solo questo) (o come ha scritto Taomamma "Io, sarà che son di coccio, non ci ho ancora capito una beata mazza.").

E penso a chi mi chiede "e se l'istinto materno non ce l'ho? e se non ce la faccio? e come arrivo a fine inverno, adesso, che mi sta prosciugando? e come metto in moto anche semplicemente i cambiamenti logistici della casa? da dove parto? da dove sono partite tutte? (*)"

Amiche a cui rispondo "se ce l'ho fatta io, ce la fa chiunque".
E non è una posa, ci credo veramente.

Basta dare alle cose il nome giusto.

L'istinto.
Si, mentre vaghi per l'ospedale con il tuo pacchetto appena partorito, c'è dentro di te un bel po' di adrenalina perché (razza animale) stai facendo proseguire la specie. E si, se vuoi lo chiamiamo istinto, a proteggere.

Ma tu sei sempre tu. E anche tu devi proteggerti (e sei stanca, affaticata, hai bisogno di stare sola, della tua musica, del tuo spazio tutto per te ...). E proteggere quella "storia" di vita che avevi scritto fino a quel momento.

E allora occorre tempo. Darsi tempo. Dare tempo.
Senza paura. Con tantissima fiducia (quello che è più tremendo è che la gran parte della fiducia non va data al papà al figlio o a chissà chi, ma a noi). (come mi ha scritto Luccioleelanterne nell'ultimo post)

Noi. Che ce la facciamo.
A superare il dolore fisico.
A ritornare a casa e vedere il nostro nido un po' "diverso". Perché ora c'è "l'altro".
A fargli spazio (nella nostra casa, nel nostro corpo, nel nostro tempo di vita, fino a sentire l'asfissia, ad anelare agli spazi fuori dalla finestra, a rifugiarsi sulla rete..)
A trovare la nostra personale traduzione di che cos'è il materno.

Dopo quest'anno (difficile, in quattro, e non è un caso che arrivo a dirlo a novembre, che è da sempre il mio mese nero - per cui questo blog raggiunge vette di noia e lamento tra il 25 novembre e il 1 dicembre ...) la mia "traduzione" della domanda se ho l'istino materno è diventata la risposta a questa domanda:
cos'è che mi mancherebbe
se mi ritrovassi in un universo parallelo
in cui fossi rimasta senza di loro?
... (a parte il disordine, la stanchezza cronica, le briciole per terra, i pezzi di torta sui capelli, la colata di muco sulla giacca di pelle, le scarpe gettate per terra, il frigo vuoto e il sacco portabiancheria pieno, ....
e
questa sfida costante, quotidiana,
che non ammette pause e
mi guarda in fondo all'anima
... a mettermi in discussione
.

Perché sono in parte uguali a te
ma in parte no,
perché sono nuovi,
e non si può ragionare secondo il "ma si è sempre fatto così",
perché hanno uno sguardo nuovo anche sulle ferite che ti porti dietro da una vita e ti danno quel modo di fare così, quelle risposte così, quei mutismi così...
.. ma poi un figlio/a/i ti imita/no e se riesci a vederli con l'ironia che ci mettono loro e ti costringi a scoprire che anche quella cosa che ti fa soffrire da matti bè con loro diventa ridicola come una barzelletta, allegra come un raggio di sole, fresca come la neve.

E la storia torna ad avere forma.
Però nuova.
E, forse, davvero migliore.

In bocca al lupo e buona strada!

(*) ed è sempre valido il commento di Supermambanana: la maternità è una maratona, non per tutti ha senso scattare ed essere i primi ai primi 100 mt!

18.11.11

tristezza, stare in attesa e cercare soluzioni

Quest'anno mi ero ripromessa un post alla settimana.
Passano i giorni e in questa settimana proprio non riesco.

Non ho il blocco dello scrittore, anzi: un post in bozze sui pannolini, uno sull'istinto materno (tre amiche in varie tappe di "percorso nascita" fanno emozionare), uno sul geekismo, un'altro sul karma.... Ma non li apro. Oppure li apro e li fisso. Sarebbero da correggere, da integrare, ma appena ci provo mi viene un cuore piccolo così.

La verità è che sono triste. (Forse anche stanca, chissà. No, depressa no, non credo, ma triste si).

Trovo questa cosa poco interessante da scrivere qui, dove (come da proclami) volevo portare il mio contributo (riflessivo) sulla maternità. E dove (mi rimprovero) ho già annoiato abbastanza con malinconie e seghe mentali varie.

Ma forse anche questo fa parte del processo del materno (di un materno lavoratore).

Perché - per preservare e rafforzare la mia identità professionale e personale - sto lavorando a un complicato processo di valutazione che invece di farmi sentire capace mi fa sentire inadeguata.

Nello stesso tempo sto scontando (da un po' di mesi...) con la confusione e messaggi che mi sembrano contradditori il secondo (in tre anni ... meaculpameaculpameaculpa) rientro al lavoro. D'altra parte non è così scontato sapersi confrontare con il santo problema degli obiettivi e dei risultati valutabili (smart!).
...forse è colpa mia (e della mia tristezza?) che non riesco a pormi nella maniera corretta (da meritarmi le frecciate alle spalle e le battute infelici in faccia? mah!)... in fin dei conti - svanita la sbornia - sono sicura che manderanno a casa anche il governo Monti: non è un paese per sgobboni, questo.
E io invece sgobbona sono. Fin nel midollo.
Tanto per dire, in queste circostanze sono capace di diventare pure libropatica: non riesco a scegliermi un bel libro di barzellette su cui farmi due sane risate, no. Riesco a perdermi ore e ore in un noir malinconico che mi rovina il sonno e mi fa fare pensieri cupi.

Ore e ore che mi sembra mi manchino (perché se c'è una cosa che effettivamente è contata al secondo con due nani sotto i tre anni è il tempo).
E invece lo so che cosa dovrei fare.
Usarle bene, le ore.
Lasciare in attesa le cose che non si possono risolvere (la tristezza, i bilanci lavorativi e i riposizionamenti) e - come scrisse un tempo genialmente il papallo qui - riempire il tempo per me di cose buone e belle (aria, vento, pappa, colori: perché così ci si prende cura di tutto).
Dei figli
Del materno
Dell'identità
Del sociale
Del lavoro
Del governo ( ;-) )
e anche della tristezza. Che poveretta, sarà mica così brutta che bisogna ogni volta mandarla via in tutta fretta?)

9.11.11

mi arrabbio, mi pento. e poi mi analizzo. faccio pace? chissà-...


Magari sono tanto razionale (o almeno cerco di esserlo) ma ci sono momenti in cui (come in questo libro bellissimo di Mireille d'Aillance - grazie, amica L.) per "sturare" il tappo di tutti i sentimenti "difficili" che ho accumulato dentro mi "arrabbio".

Se accade quando sto con i bambini, mi avvilisco.

Stavolta ci ho pensato su. E ho descritto il mio duello interiore su GenitoriCrescono.... Ci sentiamo direttamente lì!

4.11.11

La rissa. ovvero, dalla parte dei padri

Da un po' di tempo in qua (anche per esaurire almeno qualcuna delle energie del Pulcino) - MrWolf ha lanciato l'idea della rissa (Arissa, come la chiama mia figlia, cosa che rende il tutto piuttosto "piccante").

Unica regola: dopo cena, mettere tutto "in ordine" per liberare il tappeto della stanza dei bimbi.
La rissa, infatti, è l'ultimo gioco che si fa prima di andare a nanna.

MrWolf si toglie gli occhiali, si sdraia sul tappeto ormai sgombro e lancia il richiamo "rissa-poi-nanna-forza!"

AlPulcino si illuminano gli occhi mentre si lancia a gattoni a tutta forza, si solleva e si lancia all'arrampicata del padre o tenta una sorta di maul . LaPulce ci mette il suo e improvvisa scivoli, rotoloni e abbracci.
Io talvolta partecipo, più spesso banalmente riassetto il resto della casa (in pace).

E' persino successo che MrWolf non ci fosse, e che fossi io a proporre la rissa. Hanno partecipato, certo, ma nei loro occhi non c'era la stessa luce. Con me, ho visto spuntare quella luce quando canto o quando balliamo. Con il padre, nella rissa.

Mi sono trovata così a pensare alle questioni di genere, al diverso all'uguale, ai compiti che si tengono in una coppia. Nella mia infanzia Nonnonicotina ha avuto ruoli che (soprattutto ai tempi) erano "da donne": esserci negli spogliatoi della piscina, per esempio, o fare il rappresentante di classe.
Tuttora, MrWolf è presente molto molto più di quanto (mi dicono) faccia il maschiomedioitaliano. E molte volte mi chiedo se io sono meno mamma o meno donna visto che lui interviene (è costretto a?) così tanto.

Ma allora, mi sono chiesta, che cosa voglio?

Mi sono risposta che mi piace pensare che al momento noi siamo presenti "alla pari" nelle questioni e nei momenti in cui è "indifferente" che a farlo sia mamma o papà (cambiare pannolini, ma anche cucinare, ninnare, imboccare...). Ma che ci sono momenti in cui è ben chiaro che la nostra presenza gioca un peso differente a seconda se siamo la mamma o il papà e che è importante e che va bene così.

Mi sono ricordata quanto leggevo sul libro di Dilys Daws "mio figlio a meno di un anno" sull'importanza per il bambino di "diventare consapevole che non ha soltanto una madre, bensì anche un padre, il quale vive insieme con la madre ma ha altresì un particolare rapporto con lui, crea per il bambino una situazione nuova: la situazione umana del rapporto a tre, alla quale deve ora adeguarsi".
E mi sono chiesta se questo valorizzare le differenze mantenendo l'uguaglianza non potrebbe servire anche rendere più "leggero" il rientro al lavoro delle madri, enfatizzando la possibilità che anche i padri possano regalarsi e ritagliarsi spazi esclusivi con i figli. Senza sentirsi diversi. Ma solo molto, molto più ricchi.

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